Riflessione
 
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Strage di Castel Volturno. Perché la gente ha paura, sia i residenti che gli immigrati.

di Antonio Rungi

La strage di Castel Volturo di venerdì scorso e la successiva reazione dei cittadini di colore hanno fatto riemergere una situazione già fortemente sentita tra i residenti e gli immigrati: il sentimento di paura. Paura di uscire la sera, la paura di fare incontri pericolosi, paura di trovarsi in un conflitto a fuoco e rimanere vittime innocenti, paura di furti, scippi, violenze, paura di ogni genere.
Ad avere paura sono tutti, dai bambini agli anziani, dalle persone che si ritengono forti fisicamente e psicologicamente a quelle che sono fragili e deboli in tutti i sensi. Una paura che aumenta lungo il litorale Domiziano ogni volta che succede un fatto di sangue come la strage di Castel Volturno della scorsa settimana.
Reagire a questa paura non è facile, in quanto sembra che faccia parte del Dna di questa popolazione, che si sente abbandonata da sempre, senza alcuna protezione, senza prospettive di miglioramento del territorio, senza garanzie di lavoro per residenti ed immigrati, senza progetti di bonifica e risanamento ambientale e sociale.
Bisogna partire da lontano, da una nuova educazione alla socialità, alla fiducia nello Stato, nelle istituzioni, nelle Forze dell’Ordine, nel favorire processi di socializzazione e di integrazione.
In un territorio di 60 chilometri di costa con tante case abbandonate, che si ripopolano solo d’estate e per un tempo limitato, una vasta area senza i servizi essenziali, senza luoghi di incontro e di socializzazione soprattutto per ragazzi e giovani è davvero un’impresa impossibile quella di riportare serenità e calma in questo ambiente.
Ogni mattina leggendo i giornali, soprattutto quelli locali, si ha la netta percezione che siamo in un campo di battaglia costante e permanente. Dall’emergenza immondizia, alla devastazione del territorio, ai tanti morti ammazzati per la delinquenza comune ed organizzata o per altre cause, all’assenza di un sistema di controllo del territorio, all’indifferenza e al riflusso nel privato di buona parte della popolazione.
La scarsa sensibilità per organizzarsi in società e cooperative, la prevalenza dell’interesse personale e familiare su quello del bene comune e collettivo, fa di questa area della Provincia di Caserta particolarmente a rischio per degrado di ogni genere.
Ciò che si vede e si legge oggi sui giornali è solo una parte del disagio in cui vive la gente per bene in questa area. Molti scappano via, soprattutto i giovani che non trovano lavoro; altri non lo possono fare perché non hanno alternative e sono costretti a continuarci a vivere.
L’osservanza delle leggi, dal semplice casco da usare alle norme igieniche più importanti, in molti casi, sono un optizional e non un dovere morale e civico. Ma il litorale Domiziano non era così fino a trenta anni fa. Il terremoto, il bradisismo, l’arrivo massiccio e incontrollato degli immigrati, l’abusivismo edilizio, la dispersione sul territorio dei cittadini, neppure registrati all’anagrafe, la nascita di tante località e baie, senza le infrastrutture necessarie ha fatto del litorale Domiziano, nell’arco di 30 anni, una delle zone più degradate d’Italia, con l’aggiunta del problema delle discariche, della centrale nucleare del Garigliano (ora dismessa), con un sistema viario bloccato a 40 anni fa, con strutture e infrastrutture non adeguate, con scuole ancora in civili abitazioni.
Solo chi vive in questa zona può effettivamente dire come stanno le cose. La paura della gente comune sta proprio in questa mancanza di socializzazione tra gli stessi residenti e di integrazione tra le varie culture di derivazione estera. Una paura che deve essere in qualche modo superata, per non aggravare una situazione ambientale e sociale che rischia di esplodere per i tanti conflitti che bollono sotto la cenere.
Ben vengano le Forze dell’Ordine e l’Esercito per il controllo più capillare del territorio; ma prima di ogni altra cosa bisogna sapere chi e quanti vi abitano lungo il litorale Domiziano. I numeri non sono certi, anche perché gli spostamenti di interi gruppi italiani o stranieri sono frequenti. Bisogna controllare i fitti delle case, gli appartamenti da chi sono abitati, se gli esercizi pubblici sono in regola, se le case sono accatastate, se i cittadini censiti, se gli irregolari e clandestini hanno un posto dove dormire e come vivono. Tanti problemi che bisogna affrontare e che non riguardano solo gli immigrati, ma gli italiani e i cittadini dell’Unione Europea che risiedono legittimamente nel nostro Paese e che lungo il litorale domizio hanno trovato occupazione in tanti settori.
Superare la sfiducia, la paura, il reciproco sospetto è un lavoro che compete a tutte le istituzioni, mettendosi intorno ad un tavolo permanente di confronto, in modo da lavorare insieme per estirpare le mafie locali e o di importazioni e creare quel clima di serenità e collaborazione fattiva che necessita di precisi accordi con i responsabili ufficiali delle varie etnie presenti sul litorale domizio.
Capire la paura che serpeggia qui è andare all’origine non solo del sentimento così diffuso tra la gente, ma scoprire le cause vere, che sono reali e non immaginarie, perché i morti ammazzati non si contano più, i furti, gli scippi, la prostituzione, la droga, il caporalato, le violenze sono in crescente aumento in questa area, come pure le risse, i litigi, gli alcolizzati, i poveri e i conflitti sociali sono all’ordine del giorno nelle famiglie, nelle case e nelle varie zone del litorale.
La paura, si sa, va situata tra i meccanismi di difesa dell'individuo. Rappresenta uno stimolo per attivare reazioni che servono a difenderlo dai pericoli dell'ambiente. E qui l’ambiente fa paura e lo si percepisce ostile, perché manca un clima di serenità sociale. Si ha paura della paura, in quanto la gente non riesce più a far nulla, è spaventata dal fatto stesso di abitare in una zona pericolosa. Teme del vicino, teme di parlare ed esprimere la propria opinione in pubblico e tra gli amici.
La cosiddetta omertà, che pure fa da padrona in queste zone, non è frutto solo di riservatezza o di educazione a farsi i fatti propri, ma perché si temono ritorsioni e minacce di ogni genere. Si teme per la propria vita e per quella dei propri cari. I bambini, i ragazzi e i giovani in modo particolare vengono educati e richiamati dai genitori ad evitare compagnie e luoghi pericolosi che sono bene conosciuti da chi abita da queste parti, in quanto il passaparola è un sistema di comunicazione molto efficace. Qui si ha pure paura di pronunciare la parola dell’organizzazione malavitosa imperante. Per dire come si ha paura e si vive nella paura.
Molta gente è depressa proprio per queste ragioni sociali ed ambientali, in quanto l’ambiente non offre opportunità di socializzazione, in assenza anche di strutture adeguate. Per trascorrere una giornata serena o momenti distensivi si va a nord o a sud del litorale domizio. La depressione interessa giovani ed adulti.
Dal lato opposto c’è chi ha adottato la violenza come sistema di vita per potersi fare spazio in questi ambienti e viverci apparentemente bene. Costoro invece di fuggire dall'ambiente, come fa la gente perbene, tendono a distruggere socialmente l’ambiente.
Se si vuol capire il litorale domizio, è necessario prima viverci qui e sapere cosa significa vivere nella paura di tutto e di tutti. Il terrore nasce proprio da questa condizione. E qui sono terrorizzati non solo i residenti, ma anche gli immigrati.
Il problema vero sta proprio nel ricostruire un tessuto sociale, fondato sulla speranza e sulla socialità, con una prospettiva di vivibilità dell’ambiente che oggi non c’è, né è ipotizzabile ricostruire in pochi giorni o pochi mesi.
Qui ci vuole un progetto a medio e lungo termine per bonificare l’ambiente non solo da un punto di vista sanitario, ecologico, strutturale, ma soprattutto umano e sociale.
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L'italia: la nazione dalle culle vuote. Pochi nati. Verso un paese di soli anziani

E' di queste ore la notizia del calo evidente delle nascite in Italia, dopo la pubblicazione del rapporto annuale Istat. Il nostro si avvia ad essere sempre più «il Paese dei figli unici». E come dargli torto se i dati dicono che in Italia ogni donna – nel corso di tutta la sua vita riproduttiva – fa in media 1,35 figli? Il record europeo delle francesi (due bambini per ogni mamma) è lontano, anche per le province più "feconde", quasi tutte del Centro-Nord. A fare più figli sono le residenti in provincia di Bolzano, con una media di 1,57 bimbi per donna. Seguono poi Brescia, Reggio Emilia e Prato (1,55). Solo due le province del Sud che si trovano nei primi dieci posti della classifica: Napoli e Caltanissetta, entrambe con un tasso dell'1,53.
Le culle restano vuote sopratutto in Sardegna: sono sei le province dell'isola posizionate negli ultimi sette posti della classifica. In quattro casi (Cagliari, Oristano, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias) il dato di fecondità non raggiunge lo 0,9. Vale a dire, quindi, che ogni donna sarda, nel corso di tutta la sua vita fertile, fa in media meno di un figlio a testa.
Ad accrescere il deficit di natalità della Sardegna contribuisce il basso tasso di immigrazione rispetto al resto d'Italia. Sono gli stranieri regolari, infatti, a "rivitalizzare" le nascite nel nostro Paese. Nel 2006 il 10,32% dei nati in Italia è figlio di un immigrato; solo dieci anni prima questa percentuale sfiorava il 2 per cento. Si spiegano, così, anche i buoni risultati di tante città del Nord Italia (meta privilegiata degli immigrati in cerca di lavoro), dove fino a qualche anno fa si facevano meno figli rispetto al Sud.
Le straniere non solo fanno più figli (si veda l'articolo sotto), ma li fanno anche prima: il picco massimo di fecondità delle immigrate che vivono in Italia si registra all'età di 22 anni, con un tasso di 180 per ogni mille donne. Per trovare il picco massimo delle italiane bisogna andare più in là: il punto più alto si registra a 31 anni, ma non raggiunge il valore di 100 per ogni mille potenziali mamme.
Se la classifica dell'indice di fecondità vede ai primi posti le province del Nord, quella calcolata in base all'età media della madre inverte l'elenco: al vertice, nelle prime dieci posizioni, si trovano ben sette province siciliane. Le più giovani sono residenti a Siracusa, Enna e Caltanissetta, dove si diventa madri mediamente a 29,8 anni.
In fondo alla classifica si trovano di nuovo le sarde, che si piazzano negli ultimi cinque posti. La maglia nera spetta alle residenti della provincia di Medio Campidano, che diventano mamme a 32,5 anni. Per quanto riguarda gli uomini che diventano padri, i più giovani si trovano a Napoli e a Catania (dove i figli si fanno in media a 33,5 anni), mentre i più vecchi sono ancora i sardi, con una media di 36 anni.
I dati Istat fotografano anche un altro fenomeno: nei grandi capoluoghi di provincia (Napoli, Milano, Torino e Firenze) si fanno più figli in provincia che in città. Il record spetta al capoluogo toscano, dove ogni donna residente in città fa 1,11 figli contro l'1,28 delle "fiorentine di provincia". Fanno eccezione Roma, dove il tasso resta quasi invariato tra città e provincia (rispettivamente 1,36 e 1,35), e Palermo, dove invece risultano più feconde le donne di città (1,51) rispetto a quelle della provincia (1,48).